C’è chi cerca la fogliolina verde sull’etichetta. Chi controlla i solfiti. Chi vuole sapere se il produttore segue la biodinamica. E chi, molto più semplicemente, vuole aprire una buona bottiglia. Quando si parla di vino biologico, però, si rischia spesso di mettere tutto nello stesso calice.

Biologico, biodinamico, fermentazione spontanea, solfiti non aggiunti: sono parole che incontriamo sempre più spesso sulle bottiglie, ma raccontano scelte diverse. E soprattutto non definiscono un unico modo di fare — o di bere — vino.

Basta mettere in fila alcune bottiglie della nostra selezione per accorgersene. Ed è proprio dietro queste differenze che vale la pena guardare.

Quando il biologico incontra la biodinamica
Lo Spinola Gavi del Castello di Tassarolo nasce da un’azienda che lavora in biologico e biodinamico certificato dal 2007. Il protagonista, però, resta il Cortese e con lui il carattere del Gavi: un bianco che gioca su freschezza, equilibrio ed eleganza.

È interessante proprio perché aiuta a capire che la biodinamica non è una categoria organolettica. Leggere quella parola sull’etichetta non basta a dirci che cosa troveremo nel bicchiere: ci parla innanzitutto di un metodo agricolo e delle scelte compiute dal produttore in vigneto.

Lo stesso vale per il Pecorino biodinamico di Cantina Orsogna, ma qui alle pratiche in vigna si affiancano altre precise scelte produttive: la certificazione Demeter, la fermentazione spontanea con i lieviti presenti sulle uve e un lavoro orientato a limitare gli interventi in cantina. Il risultato conserva il carattere deciso del Pecorino, con sentori di ginestra e frutta a polpa bianca, freschezza, corpo e sapidità.

Il confronto tra i due è interessante proprio per questo: la biodinamica li accomuna, ma non uniforma il risultato. Lascia spazio al vitigno, al territorio e alle scelte con cui ciascun produttore costruisce il proprio vino.

Bio significa senza solfiti? No. Ma si può scegliere di non aggiungerli
Tra le espressioni che incontriamo più frequentemente parlando di vini biologici c’è “senza solfiti aggiunti”. È utile chiarirne il significato, perché biologico e assenza di solfiti aggiunti indicano due cose diverse.

I solfiti possono essere utilizzati anche nella vinificazione biologica, entro i limiti previsti dalla normativa. Alcuni produttori scelgono però di non aggiungerli, lavorando con particolare attenzione sulla qualità delle uve e sul controllo delle diverse fasi della vinificazione.

Il Sangiovese della Fattoria di Romignano permette di vedere concretamente questa differenza. È prodotto con uve Sangiovese biologiche e senza aggiunta di solfiti. Nel bicchiere resta riconoscibile soprattutto per quello che è: un rosso toscano fruttato, con richiami alla ciliegia e alla fragola, note floreali e speziate e una buona acidità.

Anche il Triccus Nonsò di Arcania porta la scelta del “senza solfiti aggiunti” nel mondo dei bianchi, con un profilo più delicato e immediato.

Una precisazione è importante: “senza solfiti aggiunti” non significa necessariamente “zero solfiti”. Piccole quantità possono infatti svilupparsi naturalmente durante la fermentazione.

Non è quindi un sinonimo di biologico, né un indicatore automatico di qualità. È un’informazione in più per capire come quella bottiglia è stata prodotta.

Il biologico nelle grandi denominazioni
L’agricoltura biologica non corrisponde necessariamente a uno stile enologico alternativo o a vini pensati esclusivamente per essere bevuti giovani. Può essere anche il punto di partenza per interpretare vitigni e denominazioni profondamente legati alla tradizione.

La Barbera del Monferrato Vispa di Nuova Cappelletta ne offre un’espressione quotidiana e immediata. La vivacità tipica della Barbera incontra un profilo fruttato e una naturale vocazione gastronomica, in un’azienda che ha scelto di lavorare secondo i metodi biologico e biodinamico.

A Serralunga d’Alba, Tenuta Cucco porta invece il biologico nel cuore delle Langhe, lavorando sul Nebbiolo e sulle diverse espressioni che questo vitigno può assumere.

Nel Langhe Nebbiolo prevalgono la fragranza dei piccoli frutti rossi e le note floreali, accompagnate dalla struttura tipica del vitigno. Il Barolo del Comune di Serralunga d’Alba nasce invece per un’evoluzione più lunga: le uve provengono da vigneti di Serralunga e danno origine a un vino in cui, con il tempo, emergono note di sottobosco, liquirizia e spezie.

In questo caso il biologico non sostituisce la tradizione: ne diventa parte, a partire dalla gestione del vigneto.

Le parole che troviamo su un’etichetta raccontano quindi solo una parte di una bottiglia. “Biologico”, “biodinamico” e “senza solfiti aggiunti” hanno significati precisi e ci aiutano a conoscere meglio le scelte compiute dal produttore, ma acquistano davvero senso quando vengono messi in relazione con tutto il resto: il vitigno, il territorio, la vendemmia e il lavoro in cantina.

Da Biobottega puoi trovare una selezione di vini biologici e biodinamici che racconta proprio questa varietà: dai grandi rossi della tradizione alle bollicine, passando per bianchi e vini senza solfiti aggiunti, fino alle alternative dealcolate.